TESTO INTEGRALE CON NOTE E BIBLIOGRAFIA

Il manuale di Diritto sindacale di Mariella Magnani, professoressa emerita nell’Università di Pavia, giunto alla quinta edizione, si caratterizza ormai come una presenza costante e affidabile nel panorama della manualistica italiana del Diritto del lavoro. L’opera ha, infatti, garantito un costante aggiornamento, uscendo con una periodicità di circa tre anni, più che adeguata per una materia che, a differenza del diritto del rapporto individuale di lavoro, ha tempi di evoluzione senza dubbio più rilassati e meno incalzanti.
Il volume è relativamente agile (225 pagine), secondo le intenzioni dell’autrice, perché, come si legge nella prefazione sin dalla I edizione, esso «contiene l’esposizione non di tutto ciò che si può trovare nel diritto sindacale, ma dei temi ritenuti più importanti per la comprensione dello stato attuale della disciplina». L’autrice fa, dunque, tesoro delle lezioni professate nell’Università di Torino, prima, e in quella di Pavia, poi, dando vita a un testo di piacevole lettura, non prolisso, ma completo: vengono sacrificati principalmente gli approfondimenti storici e i riferimenti di giurisprudenza e dottrina a piè di pagina.
Occorrono, però, due puntualizzazioni.
Anzitutto, la prospettiva diacronica, così importante in un ramo del diritto a basso tasso di legificazione come il nostro Diritto sindacale, risulta senza dubbio compressa, ma è comunque diffusamente presente in tutti gli snodi della trattazione in cui risulta indispensabile per comprendere gli approdi cui è giunta attualmente la disciplina. E così, oltre a un rapido affresco iniziale (pag. 13 ss.), l’evoluzione storica si riespande, inter alia: quando si tratta di dar conto della rappresentanza dei lavoratori in azienda e delle travagliate vicende che hanno interessato l’art. 19 dello Statuto dei lavoratori; nella ricognizione degli accordi di governo della struttura della contrattazione collettiva; nella trattazione delle teorie sul tipo e sull’estensione dell’efficacia del contratto collettivo di diritto comune; nell’esame delle prospettazioni che hanno tentato di risolvere il conflitto fra contratti collettivi di diverso livello; ancora in relazione alle posizioni che si sono fronteggiate sulla natura e gli effetti dei contratti aziendali; oltre che, ovviamente, con riferimento al mutevole approccio dell’ordinamento nei confronti dello sciopero e della sua regolazione.
In secondo luogo, pur rinunciando alle note a piè di pagina, il volume correda ogni capitolo di una bibliografia finale, utile per approfondire gli argomenti trattati e punto di partenza indispensabile per qualsiasi studente che intraprenda le proprie ricerche per la tesi di laurea. Inoltre, la giurisprudenza è abbondantemente citata nel corpo del testo, e le sentenze di maggior rilievo, non soltanto della Corte costituzionale, ma anche della Cassazione, sono discusse criticamente ex professo.
Nel complesso, il manuale rispetta la traccia espositiva classica della materia. Negli otto capitoli in cui si suddivide l’opera vengono trattati: il sindacato e la libertà sindacale, con le garanzie apprestate ad ogni livello dell’ordinamento e il concetto di rappresentatività sindacale; l’organizzazione sindacale nei luoghi di lavoro e nelle pubbliche amministrazioni, con i diritti dello Statuto dei lavoratori e l’azione per la repressione della condotta antisindacale; il contratto collettivo, nel settore privato e in quello pubblico; il conflitto collettivo, sciopero e serrata, con la disciplina particolare apprestata dal legislatore per lo sciopero nei servizi pubblici essenziali.
Nel manuale fanno capolino qua e là anche utili riferimenti comparati: per esempio, quando l’autrice si cimenta con l’originale canale unico di rappresentanza dei lavoratori nei luoghi di lavoro, tipico dell’ordinamento italiano (pp. 69-70), o quando affronta il tema della titolarità e dell’esercizio del diritto di sciopero (pp. 196-197). Esistono, infatti, in Europa sistemi di rappresentanza a canale doppio (anzi, sono la maggioranza tra i grandi Paesi europei: Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi), e la tesi dottrinale della titolarità individuale del diritto di sciopero, maggioritaria nel Belpaese, non è commonplace sul piano comparato (emblematico il caso della titolarità collettiva nel diritto tedesco, ma anche nei Paesi scandinavi). Vengono qui appena accennati temi invece accuratamente trattati in un altro fortunato manuale dell’autrice (Diritto sindacale europeo e comparato, sempre per i tipi di Giappichelli), di cui attendiamo con impazienza una nuova edizione, risalendo l’ultima ormai al 2020.
In una materia in cui è facile farsi influenzare dalla propria Weltanschauung, il manuale mantiene un’esposizione sobria ed equilibrata, riportando le varie posizioni in campo e argomentando puntualmente le tesi ritenute preferibili.
E così, per esempio, viene riconosciuto il contributo dell’esperienza corporativa nella concettualizzazione dell’autonomia collettiva come qualitativamente diversa da quella individuale (p. 13). Si riconduce la libertà sindacale degli imprenditori all’art. 39, co. 1, della Costituzione, scartando la facile scorciatoia dell’art. 18 della legge fondamentale (p. 31). Si riconoscono lucidamente i limiti dell’autonomia collettiva nel regolare la struttura della contrattazione collettiva, in un sistema come il nostro che non ha ancora sciolto il nodo dell’erga omnes (p. 121). Si apre alla possibilità che le clausole di cd. “tregua sindacale” vincolino anche i singoli, sulla scorta delle acquisizioni di una felice voce enciclopedica (M. MAGNANI, voce Tregua sindacale, Digesto delle discipline privatistiche, sezione commerciale, Utet, Torino, 1999). Si dedica ampio spazio al tanto vituperato art. 8, d.l. n. 138/2011 sui contratti di prossimità, per il quale l’autrice non nutre, a differenza della dottrina maggioritaria, un’ostilità preconcetta (spec. pp. 169-172). Si respinge la tesi della titolarità individuale del diritto di sciopero come “costituzionalmente necessitata”, visto che dal laconico art. 40 della legge fondamentale non può certo derivare un tale corollario (p. 197).
Insomma, il volume pare profondamente ispirato dagli insegnamenti del maestro dell’autrice, a sua volta autore, insieme ad altre colonne della dottrina giuslavoristica italiana, di un fortunatissimo manuale di Diritto sindacale, che presenta un analogo approccio di grande equilibrio e pacatezza nella trattazione di questa materia, talora incandescente nella penna di altri autori: ci si riferisce, ovviamente, a TIZIANO TREU, che insieme a FRANCO CARINCI, RAFFAELE DE LUCA TAMAJO e PAOLO TOSI pubblica ormai da diversi decenni Diritto del lavoro. 1. Il diritto sindacale, Utet.
Volendo, infine, sintetizzare in poche battute lo stato del Diritto sindacale secondo MARIELLA MAGNANI, si deve ritornare alla prefazione (alla V edizione), ove l’autrice continua a definire la materia «diritto senza norme», di prevalente creazione dottrinale e giurisprudenziale, o, detto in altro modo, «diritto con alto tasso di norme implicite», nel quale però si sono «inseriti interventi legislativi che necessitano di essere sistematizzati», come il già menzionato art. 8. Più precisamente, nel contesto di una complessiva tendenza al retrenchment delle norme inderogabili (p. 146), si delineano confuse tendenze al superamento dell’informalità (p. 169): l’autrice non giunge fino al punto di auspicare che ciò evolva nella direzione della legge sindacale che molti auspicano, ma altrettanti osteggiano, eppure il giudizio severo sui limiti della contrattazione collettiva che può molto, ma non tutto, traspare piuttosto chiaramente dal volume (v., per es., p. 121).

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